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Home Rassegna Stampa Shale oil alle prese con un’impennata dei costi di estrazione
28/04/2017 - Pubblicato in news internazionali

Per la prima volta da quasi tre anni i costi di produzione dello shale oil sono tornati a salire. Dal noleggio degli impianti di perforazione alla sabbia impiegata nel fracking, tutto sta rincarando, con un’inversione di tendenza che potrebbe raffreddare l’entusiasmo dei petrolieri americani, al punto da mettere un freno ai loro investimenti, gli unici ad essere ripartiti con decisione. Nel petrolio convenzionale le compagnie continuano infatti a tenere il motore al minimo, con una paralisi delle attività di sviluppo che ha spinto l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) a rinnovare l’allarme sul rischio di carenze di greggio in un prossimo futuro. «La questione chiave – si chiede il direttore esecutivo Fatih Birol – è per quanto tempo una crescita dell’offerta di shale oil dagli Usa possa compensare il debole ritmo di crescita in qualsiasi altra area del settore». Nel 2016, ricorda l’agenzia Ocse, sono state scoperti solo 2,4 miliardi di barili di petrolio convenzionale, contro i 9 miliardi l’anno in media dei 15 anni precedenti, e il numero di progetti di investimento autorizzati è stato il più basso da oltre 70 anni. A meno che il tramonto del petrolio non sia dietro l’angolo, presto la domanda (che già oggi supera 90 mbg) potrebbe restare insoddisfatta. Persino se lo shale oil continuerà a crescere in modo vigoroso, come pensa l’Aie (secondo cui salirà da 6,5 ad almeno 8,8 mbg entro il 2022).

Fonte: Il Sole 24 Ore, Finanza e mercati – Sissi Bellomo (pag. 28)

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