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Home Rassegna Stampa Rischi da shock petrolifero limitati dall’offerta elevata
12/01/2020 - Pubblicato in news internazionali

La crisi geopolitica in medio Oriente si riflette inevitabilmente sul prezzo del greggio. Il petrolio ha registrato un rincaro di circa il 3 per cento , che si va a sommare a un incremento di circa il 14% dai minimi dell’ottobre 2019. Un altro fattore importante che ha sostenuto l’aumento dei prezzi è stato il rallentamento della crescita della produzione di shale oil negli Stati Uniti, che rappresenta nel complesso il 10% delle produzione mondiale. L’industria petrolifera Usa sta trovando crescenti difficoltà nell’espansione dell’offerta, per via degli alti livelli di indebitamento e i bassi margini di profittabilità del settore. In ogni caso i tassi di crescita restano ampiamente sopra il 10% annuo. L’esplosione della produzione di shale oil nell’ultimo decennio ha consentito agli Usa di tornare a essere esportatori netti di petrolio dopo un cinquantennio, ridisegnando le rotte del commercio petrolifero. Il fatto stesso che l’amministrazione Trump possa sfidare l’Iran in modo aggressivo è perché gli Usa non sono più dipendenti dal petrolio del Medio Oriente come solo 10 anni fa. Il terzo elemento che ha sostenuto l’ascesa del prezzo oltre i 60 dollari al barile è stata la conferma dei tagli alla produzione Opec il 12 dicembre scorso, con un aumento delle quote trattenute per ulteriori 500 mila barili al giorno rispetto ai 1,5 milioni tagliati. Chi prevede rialzi persistenti, deve volgere uno sguardo al di fuori dello scacchiere medio-orientale. E’ un  fatto incontrovertibile che il mercato petrolifero mondiale sia ben rifornito, sia in termini di capacità produttiva di riserva che di scorte. In questo contesto di offerta abbondante, il prezzo non incorpora un premio di rischio geopolitico di dimensione apprezzabile. In caso di shock petrolifero, mentre un aumento dei prezzi del greggio per l’economia americana sarebbero compensati dagli aumenti dei profitti dei produttori domestici, le altre grandi nazioni consumatrici alle prese con una recessione manifatturiera non sarebbero altrettanto fortunate.

Fonte: Il Sole 24 Ore – Marcello Minenna (pag. 12)

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