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Home Rassegna Stampa Produrre senza inquinare. La lotta per la sopravvivenza dell’Ilva (e di Taranto)
10/10/2016 - Pubblicato in aspetti tecnici,news nazionali

Il futuro di Taranto è un dramma avvolto dentro due paradossi. Se l’Ilva produce poco acciaio diventa antieconomica, chiude e lascia i tarantini per strada, ma producendo di più aumenta l’inquinamento e li ammazza. Il gasdotto adriatico Tap, assai avversato dalla Regione sin dai tempi di Vendola, sembra adesso la cima cui Michele Emiliano, successore di Nichi, si aggrappa vagheggiando gas naturale (non inquinante) al posto del carbone per salvare al tempo stesso l’attività siderurgica e la salute dei pugliesi. La modernità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. «I decreti hanno reso l’Ilva come Guantanamo: extraterritoriale», dice adesso Emiliano: «Non si può intervenire né contro l’inquinamento né per la sicurezza del lavoro, mi risulta che la fabbrica perda 50 milioni al mese, ma non mi fanno entrare, non ho dati certi». Il governatore punta molto sul gas: «Mai stato contro la Tap! È un incrocio provvidenziale. Dico solo che deve approdare più a nord, per salvare la spiaggia di Melendugno. Il problema del carbone riguarda anche l’Enel: tra qualche giorno presenteremo un’altra indagine epidemiologica, su Lecce e Brindisi, con dati simili a Taranto. Io non sono un ambientalista, la mia è una proposta industriale per metterci in linea con l’Europa». Mente tecnica del progetto di Emiliano è Barbara Valenzano, dirigente regionale e custode giudiziario dell’acciaieria nominata dalla giudice Todisco. In una nota arrivata sul tavolo di Renzi, la Valenzano prospetta lo spostamento a Brindisi Capo Bianco del tracciato Tap, una spesa di un miliardo e 200 milioni per due linee di produzione da due milioni e mezzo di tonnellate ciascuna con possibili aggiunte di moduli, 18 mesi di tempo. «L’impianto ora ha una logica ottocentesca», dice.

Fonte: Corriere della Sera - Goffredo Buccini (pag. 17)

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