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Home Rassegna Stampa Il petrolio per l’Isis è un’arma spuntata
14/11/2015 - Pubblicato in news internazionali

Dagli anni Settanta a oggi ogni movimento arabo-islamico che abbia fatto ricorso al terrore come strumento di lotta ha sempre considerato “l'arma del petrolio” un obiettivo strategico in chiave anti-occidentale. Tuttavia, nessuno di quei movimenti è riuscito a sguainare l'arma perché le installazioni petrolifere dei Paesi arabi – a partire dall'Arabia Saudita - sono obiettivi difficili da colpire. Nei due Paesi petroliferi più immediatamente esposti al rischio Isis – Iraq e Libia – esistono, poi, altri ostacoli che complicano una strategia basata sul far crollare l'offerta di oro nero. In Iraq quasi il 90% della produzione di greggio attuale e futura proviene dal sud, fermamente in mano agli sciiti nemici giurati del Califfato (che, ricordiamo, ha matrice sunnita) e militarmente capaci di respingere le sue infiltrazioni. Più delicata la situazione della Libia. L'80% delle riserve petrolifere del Paese si trova nella parte orientale, disseminata nel bacino della Sirte, mentre gran parte delle riserve e delle infrastrutture di gas naturale (tra cui quelle che consentono l'esportazione di gas libico in Italia) è nella parte occidentale. Come noto, a est e ovest vi sono due governi diversi (Bayda e Tripoli), che tuttavia non hanno un controllo effettivo sulle due regioni - dominio di milizie indipendenti. È questa atomizzazione del controllo del territorio, insieme alla relativa dispersione dei giacimenti petroliferi, a rendere più elevato il rischio che una porzione significativa della capacità petrolifera del Paese possa cadere nelle mani del Califfato. Questa possibilità, tuttavia, avrebbe più vantaggi in termini di autofinanziamento per l'Isis stesso che non generare rischi per il mercato globale.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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