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Home Rassegna Stampa A Kirkuk il crocevia del petrolio
01/10/2017 - Pubblicato in news internazionali

A Kiruk nel luglio 2014 davanti all’avanzata dell’Isis, l’esercito di Baghdad fuggì  e i peshmerga curdi salvarono la città. Da allora Kirkuk, che i curdi rivendicano da sempre, è sotto il controllo delle autorità curde. I giacimenti di Kirkuk, che tecnicamente appartengono all’irachena North Oil Company (NOC) hanno oggi una capacità di 435 mila barili/giorno: 160 mila sono ancora estratti dalla Noc, il resto dal Governo regionale del Kuridstan, ma il potenziale è addirittura il doppio. L’indipendenza del Kurdistan iracheno passa attraverso il petrolio. Le riserve ammontano a 45 miliardi di barili. Inoltre ci sono giacimenti di gas naturale non ancora esplorati. Anche per il governo centrale di Baghdad, deciso a mantenere l’unita dell’Iraq, quel petrolio è indispensabile. Rinunciare ai ricchi giacimenti di Kirkuk è ai suoi occhi inaccettabile. Ecco perché la disputa tra il governo centra di Baghdad e quello regione di Erbil è una vicenda complessa che iniziò pochi anni dopo il crollo del regime. Ad oggi tutto sembra congiurare contro la sopravvivenza del Kurdistan iracheno in un clima di tensione come quello attuale, le compagnie petrolifere potrebbero essere scoraggiate ad investire. Rosneft ha firmato un’intesa con il Krg (governo regionale curdo) per la costruzione di una rete di gasdotti fino in Turchia, e già in passato nel 2017 il colosso russo aveva siglato contratti di esplorazione in alcuni giacimenti.

Fonte: Il Sole 24 Ore – Roberto Bongiorni (pag. 8)

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