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Home Rassegna Stampa Gas e petrolio, l’Italia si ritrova a secco
25/04/2018 - Pubblicato in news nazionali

Si potrebbe dire che i sostenitori delle trivelle in mare abbiano vinto invano. La classica vittoria di Pirro, insomma: perché la ricerca di idrocarburi sarà anche rimasta libera di fronte alle coste, ma l’assenza di divieti non ha favorito nuove scoperte né l’arrivo di nuovi investimenti da parte degli operatori specializzati. Anzi, la produzione “nazionale” di gas naturale nel corso del 2017 ha toccato un nuovo record storico. Ma in negativo: sia la produzione off shore (sui fondali marini), così come quella sulla terraferma è in costante discesa da cinque anni a questa parte. Lo stesso vale anche per il petrolio: in questo caso, non si tratta del livello più basso di sempre, ma soltanto perché nel 2016 l’estrazione di greggio ha dovuto fare i conti con il fermo (da parte della magistratura) di Tempa Rossa. Una volta riattivato il giacimento gestito dal gruppo Eni (il più grande in Europa sulla terraferma), il dato finale della produzione di greggio italiano per l’anno 2017 è risultato comunque inferiore a quello registrato nel 2015. Quando già si era toccato un livello al ribasso senza precedenti. Lo rivelano i dati disponibili sul sito del ministero dello Sviluppo economico. Questo significa che l’Italia — pur in presenza di un calo generalizzato della domanda di idrocarburi dovuto al miglioramento dell’efficienza energetica e alla crescita delle rinnovabili — deve spendere di più per importare quello che non viene più estratto dal sottosuolo. E qui si apre il dibattito. Secondo le associazioni ambientaliste, le stesse che avevano promosso il referendum, l’Italia dovrebbe accelerare l’uscita dagli idrocarburi e non solo dal carbone. Per gli operatori, invece, lasciare nel sottosuolo la materia prima è da considerare uno spreco. Secondo un calcolo di Nomisma Energia, riferito al 2016, per quanto riguarda il petrolio, la produzione potrebbe raddoppiare per un volume aggiuntivo di 10 milioni di tonnellate. Ai prezzi del 2016 (attorno ai 40 dollari al barile) era l’equivalente di 3 miliardi. Ma ora che il prezzo è attorno ai 70 dollari, il conto aumenta.

Fonte: La Repubblica – Luca Pagni (pag. 22)

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