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Home Rassegna Stampa Arabia contro Usa la sfida dei prezzi lascia il petrolio senza più padroni
05/02/2016 - Pubblicato in news internazionali

Grazie al dollaro debole, le quotazioni sono faticosamente risalite, ma pochi pensano che si sia toccato il fondo: il mondo dell’oro nero è percorso da un terremoto storico che sta risucchiando forzieri e casseforti apparentemente inattaccabili. La guerra dei prezzi lanciata nel novembre 2014 sta esigendo, infatti, un pedaggio pesantissimo: 400 miliardi di dollari di investimenti cancellati, 250 mila licenziamenti, un buco di 200 miliardi di dollari di debiti, regine storiche delle Borse di tutto il mondo, come i grandi nomi di Big Oil, detronizzate da bilanci inguardabili. Quest’anno, i protagonisti della rivoluzione del fracking produrranno almeno 600 mila barili di petrolio in meno del 2015. Non è una bolla, ma è un massacro. Ed è quello che i sauditi volevano quando hanno deciso di inondare il mondo di petrolio. In realtà, Riad non si aspettava che i frackers resistessero così a lungo e che la guerra finisse per portare i prezzi così in basso. Ma non aveva calcolato Wall Street. In un’era di rendimenti minimi, investire nel petrolio è sembrata in questi anni una manna alla finanza Usa. Lo strumento prescelto è stato l’hedging: le banche hanno venduto ai produttori contratti che garantivano loro un prezzo del barile. Tuttora, un piccolo fracker, di fronte ad una quotazione di mercato di 30 dollari, sa che il 47 per cento dei suoi barili gli sarà pagato non 30, ma 75 dollari: la differenza la mette chi gli ha venduto, in tempi di prezzi alti, il contratto di hedging. Ma quel contratto, come una polizza, costa, tanto più quando il mercato va male. Quest’anno, solo il 15 per cento della produzione da shale ha un prezzo garantito. Nel 2017, la percentuale scende al 4 per cento. I frackers, dunque, ormai sono indifesi e devono sopportare in pieno l’urto del crollo dei prezzi. In altre parole, i sauditi stanno per vincere la guerra. Difficile, in queste condizioni, che Riad accetti un accordo per limitare la produzione e far risalire i prezzi, nel momento in cui sono riusciti a portare i concorrenti sul ceppo del boia. Altrettanto difficile che siano disponibili gli iraniani, impegnati in questo momento, piuttosto, a riempire di centinaia di migliaia di barili le quote di mercato che, in questi anni di sanzioni, hanno perso. E i russi? Per abitudine e per esperienza, gli arabi, in materia di petrolio, poco si fidano di loro. Del resto, i tecnici dicono che intervenire sui pozzi, nel pieno inverno siberiano, è proibitivo. In più, i barili che escono dai vecchi giacimenti al di là degli Urali sono carichi d’acqua e nell’Opec nessuno vuole che si conteggi acqua al posto di petrolio. Ma se l’accordo, alla fine, ci fosse? «Non avete capito niente, il mondo del petrolio è irrimediabilmente cambiato e un accordo non significherebbe nulla », assicura Ed Morse, uno dei guru del settore, capoanalista per Citi. Il mercato mondiale, infatti, ormai è fatto di Opec, russi, ma anche americani. I frackers. E i governi arabi possono tagliare la produzione, il governo russo, con qualche contorsione, anche. Ma chi convince centinaia di frackers, liberi cittadini americani, a tenere fermi i loro pozzi? Il punto è cruciale e spiega perché il mondo del petrolio sia avvitato in una spirale tutta nuova. Se, infatti, come prevedono molti analisti, il fallimento di molti indipendenti americani eliminerà un po’ di surplus di offerta dal mercato, consentendo al prezzo di riavvicinarsi a quota 50, i frackers che non sono falliti si ributteranno in massa a produrre più che possono, inondando nuovamente il mercato e facendo crollare daccapo i prezzi. Anche per questo, grandi banche di investimento come Morgan Stanley prevedono un prezzo sotto i 30 dollari ancora a fine 2016. Il mondo dell’oro nero sembra destinato a vivere i prossimi anni su un ottovolante mozzafiato.

Fonte: La Repubblica, Economia

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